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Giurisprudenza

Giurisprudenza 2010

Corte di Cassazione, Sezione VI Penale, sentenza n. 44813 del 2 dicembre 2010 depositata il 21 dicembre 2010

Il giudice, che ha adottato una misura cautelare in base a una serie di intercettazioni i cui atti non sono stati trasmessi alla difesa, deve provare che la sua decisione prescinde dall’utilizzo dei nastri non consegnati. L’effetto della mancata trasmissione delle intercettazioni, non determina ipso facto una inefficacia della misura cautelare ma un annullamento con rinvio della decisione. Il nuovo esame del tribunale serve, infatti, a dimostrare che la misura cautelare è stata adottata a prescindere dalle intercettazioni non comunicate alla difesa, perché quest’ultime non avevano alcuna rilevanza per il caso esaminato.

Testo della sentenza

Estratto della sentenza per la copia del testo

Corte di Cassazione, Sezione VI penale, sentenza n.32571 del 24 giugno 2010 depositata il 1° settembre 2010

Valida la misura cautelare disposta nei confronti dell’indagato sulla base di intercettazioni quando l’avvocato presenta la richiesta di acquisizione dei brogliacci delle intercettazioni in ritardo rispetto alla fissazione dell’udienza. I giudici di cassazione hanno respinto un ricorso teso a far dichiarare nulla la misura cautelare presa senza che il difensore avesse avuto l’opportunità di ascoltare i file audio delle conversazioni intercettate.
Il mancato esercizio del diritto non poteva essere attribuito a un’inadempienza dell’ufficio di procura ma alla scarsa tempestività della richiesta. Secondo i giudici quello che è un diritto inalienabile del difensore, sugellato anche dalle decisioni della Corte costituzionale, non può essere usato strumentalmente per ottenere la nullità dei provvedimenti.

Testo della sentenza

Estratto della sentenza per la copia del testo

Corte di Cassazione, Sezione Feriale Penale, sentenza n. 34244 del 9 settembre 2010 depositata il 22 settembre 2010

Le Corte di cassazione, in continuità con quanto affermato dalla Corte costituzionale (sentenza nn. 113 e 114 del 2010) ha statuito che la “casualità” delle operazioni di intercettazione telefonica che abbiano visto indirettamente coinvolto un parlamentare, per poter essere affermata, deve emergere dalla motivazione del provvedimento che faccia uso dei risultati di quelle operazioni, nell’esame puntuale di una molteplicità di profili, attinenti al tipo dei rapporti intercorrenti tra il parlamentare e il terzo sottoposto al controllo telefonico, all’attività criminosa oggetto di indagine, al numero delle conversazioni intercorse tra il terzo e il parlamentare, al periodo di tempo entro il quale l’attività di captazione è avvenuta.

Testo della sentenza

 

Corte di Cassazione, Sezione VI Penale, sentenza n. 23742 del 21 giugno 2010

In tema di utilizzabilità delle intercettazioni, la Corte di Cassazione ha stabilito con la sentenza n. 23742 che non si possono utilizzare nel processo le conversazioni che, attraverso gli strumenti forniti dalla polizia giudiziaria, vengono prese dall’interlocutore, senza provvedimento della Procura. La sentenza è l’esito del ricorso proposto da un imputato per il reato di millantato credito ex art. 346 del codice penale. La Corte, dopo aver rigettato gli altri motivi alla base dell’impugnazione della sentenza, ha accolto l’ultimo motivo in cui veniva lamentata l’inutilizzabilità delle conversazioni senza provvedimento della Procura, citando la sentenza della Corte Costituzionale in materia, (n. 320 del 2009) e quella della Corte di Cassazione (SS. UU. 26795/2006 in cui emerge la differenza tra “documento” e “atto del procedimento”), ed ha precisato che “la registrazione fonografica occultamente eseguita da uno degli interlocutori d’intesa con la polizia giudiziaria e con apparecchiature da questa forniti, non costituisce un “documento” formato fuori dal procedimento, utilizzabile ai fini di prova ai sensi dell’art. 234 c. p. p. , ma rappresenta, piuttosto, la “documentazione di un’attività d’indagine”, dato l’uso investigativo dello strumento di captazione che in tal caso viene realizzato. Ne discende che una simile attività, venendo ad incidere sul diritto alla segretezza delle conversazioni e delle comunicazioni, tutelato dall’art. 15 Cost. , a differenza della registrazione effettuata d’iniziativa di uno degli interlocutori, richiede un controllo dell’autorità giudiziaria, non implicante tuttavia la necessità di osservare le disposizioni relative all’intercettazione di conversazioni o comunicazioni di cui agli articoli 266 e seguenti c. p. p. , non essendo tali registrazioni assimilabili alle intercettazioni, ma comunque rappresentato da un provvedimento motivato dell’autorità giudiziaria, che può essere costituito anche da un decreto dei pubblico ministero”.

Testo della sentenza

Corte di Cassazione, Sezione I Penale, sentenza n. 24510 del 17 giugno 2010 depositata il 30 giugno 2010

L’invio di un messaggio di posta elettronica contenente insulti non costituisce una “molestia” sanzionabile ai sensi dell’art. 660 del codice penale, come invece avviene per l’insulto via telefono o con il citofono. Il fatto non è previsto dalla legge come reato.

Testo della sentenza

Corte Costituzionale, sentenza n. 188 del 26 maggio 2010 depositata il 28 maggio 2010

La Corte costituzionale, nel dichiarare non fondati due ricorsi per conflitto di attribuzioni, ha ulteriormente precisato i confini dei poteri del Parlamento di negare l’autorizzazione agli atti d’indagine nei confronti dei propri membri idonei ad incidere sulla libertà e l’indipendenza della funzione parlamentare.
In proposito la sentenza 28 maggio 2010 n. 188, ha ribadito come la legge n. 140 del 2003 riservi all’autorità giudiziaria la valutazione sulla necessità del compimento nei confronti del parlamentare tanto degli atti diretti d’indagine (artt. 4 e 5), quanto di quelli indiretti (art. 6). Tale valutazione, precisa il giudice delle leggi, deve peraltro essere commisurata anche all’esigenza del sacrificio minimo indispensabile dei valori di libertà e indipendenza della funzione parlamentare e non coincide con quella di decisività della prova, requisito non imposto dalla legge menzionata. Ma la Corte sottolinea inoltre che l’autorità giudiziaria è soprattutto tenuta a dare adeguato conto, nella richiesta di autorizzazione indirizzata al Parlamento, delle ragioni che connotano il requisito di necessità, così da porre la Camera competente in condizione di apprezzarne compiutamente i requisiti di legalità costituzionale. Ed è dunque prerogativa di quest’ultima, senza per questo esorbitare dai propri poteri, negare l’autorizzazione qualora la richiesta non espliciti tali ragioni. Nel caso di specie – relativo all’autorizzazione all’acquisizione sia dei tabulati relativi all’utenza di un senatore, sia di quelli relativi all’utenza di un terzo che aveva contattato telefonicamente il parlamentare – il richiedente si era limitato a evidenziare la pertinenza dei mezzi di prova, sottraendosi alla valutazione sulla loro effettiva necessità e obiettando poi, in sede di ricorso, l’impossibilità di provvedere a priori a tale valutazione con riguardo all’acquisizione di tabulati telefonici. La Corte ha ritenuto inconsistente tale obiezione, sottolineando che la valutazione di necessità, in genere, è sempre aprioristica, rispetto ad un mezzo di prova, ma è pur sempre formulabile in relazione alla specifica attitudine probatoria dell’atto.

Testo della sentenza

Corte di Cassazione, Sezioni unite penali, sentenza n.20300 del 22/04/2010 depositata il 27/05/2010

E’ nulla l’ordinanza di custodia cautelare disposta sulla base di intercettazioni la cui copia audio, malgrado la richiesta, non sia stata consegnata al difensore. La Suprema Corte ha stabilito che l’ingiustificato rifiuto da parete del P.M. di consegnare al difensore la trasposizione su supporto informatico delle registrazioni poste a base della misura cautelare, non inficia l’attività di ricerca della prova ed il risultato probatorio, in sé considerati, ma determina – a causa della illegittima compressione del diritto di difesa – una nullità di ordine generale a regime intermedio, ai sensi dell’art. 178, lett. c), cod. proc. pen., pertanto soggetta alla deducibilità ed alle sanatorie di cui agli artt. 180, 182 e 183 cod. proc. pen.. Di conseguenza, qualora tale vizio sia stato ritualmente dedotto in sede di riesame (ed il Tribunale non abbia potuto acquisire d’ufficio il relativo supporto fonico entro il termine perentorio di cui all’art. 309, nono comma, cod. proc. pen..), il giudice non può utilizzare le suddette registrazioni come prova. La Corte ha altresì precisato che l’eventuale annullamento del provvedimento cautelare, per le ragioni testé indicate, non preclude al pubblico ministero la possibilità di reiterare la richiesta ed al G.I.P. di accoglierla la nuova richiesta, se corredata dal relativo supporto fonico.

Testo della sentenza


Nota alla sentenza pubblicata sul numero 2-2011 della rivista “Sicurezza e Giustizia”

 Corte di Cassazione, Sezioni unite penali, sentenza n. 13426 del 9/04/2010

Le intercettazioni dichiarate inutilizzabili, perche’ acquisite in violazione della legge, non possono essere prodotte in nessun giudizio, neppure per l’applicazione delle misure cautelari. Con la sentenza n.13426, depositata oggi, le sezioni unite di piazza Cavour dirimono il contrasto giurisrudenziale tra due opposti orientamenti in merito alle intercettazioni dichiarate inutilizzabili. Alcune sezioni della Cassazione avevano con le loro sentenze imboccato la strada dell’inutilizzabilità parziale, dichiarando l’impossibilità di portare nel dibattimento le prove raccolte nel mancato rispetto della normativa vigente, affermando però la possibilità di utilizzarle – se non raccolte in violazione delle norme cosituzionali – nei giudizi disposti per l’applicazione delle misure di prevenzione. Il secondo orientamento, quello a cui hanno aderito le sezioni unite, bolla invece come totalmente inutili gli elementi probatori assunti contro le regole. La scelta di lasciare le intercettazioni illegittime non solo fuori dal processo penale, ma anche dall’udienza di convalida delle misure cautelari è confortata, sottolineano le sezioni unite, anche dalla giurisprudenza di Strasburgo. La Corte dei diritti dell’Uomo ha, infatti, in diverse occasioni, censurato la norma italiana che prevede la camera di consiglio per l’applicazione delle misure cautelari, reputandola in contrasto con l’articolo 6 della Convenzione che attribuisce a ogni persona il diritto a un esame pubblico della sua causa in un tempo ragionevole e da parte di un tribunale indipendente e imparziale. Garanzie che la segretezza della camera di consiglio farebbe venire meno.

Testo della sentenza

Corte Costituzionale, sentenza n. 113 del 22 marzo 2010 depositata il 25 marzo 2010

E’ necessaria l’autorizzazione preventiva della Camera per continuare le intercettazioni che coinvolgono alte cariche dello Stato, quando da fortuite si trasformano in “mirate”. Non e’ stata ammessa la richiesta del Collegio per i reati ministeriali del Tribunale di Roma di dichiarare l’illegittimita’ costituzionele dell’articolo 6 comma 2 della legge 140/2003, per la parte in cui prevede l’obbligo per il Gip di richiedere l’autorizzazione alla Camera di appartenenza all’utilizzo di intercettazioni o comunicazioni cui ha preso parte un membro del Parlamento. I giudici della Consulta hanno distinto le intercettazioni fortuite, per cui sarebbe impossibile chiedere un via libera preventivo, da quelle dirette per cui e’ necessario l’ok preventivo che, se negato, comporta l’immediata distruzione del materiale acquisito. La Corte costituzionale ha precisato inoltre che piu’ un’indagine e’ lunga e articolata, come nel caso esaminato, meno plausibile diventa sostenere la tesi dell’intercettazione casuale.

Testo della sentenza

Corte di Giustizia, IV sezione, causa C-317/08 del 18 marzo 2010

La Corte di giustizia europea, con sentenza pronunciata il 18 marzo scorso sulla causa C-317/08, si e’ occupata del Codice delle comunicazioni elettroniche (Decreto legislativo 259/2003 con cui l’Italia ha recepito la Direttiva 2001/22/Ce) ritenendo conforme alle norme comunitarie la disposizione nazionale che prevede, con riferimento alle controversie in materia di servizi di comunicazioni elettroniche tra utenti finali e fornitori di tali servizi, l’obbligatorieta` del tentativo di conciliazione.

Testo della sentenza

Corte di Cassazione, sezione V penale, sentenza n. 9667 del 10 marzo 2010

La localizzazione mediante il sistema di rilevamento satellitare (Gps) degli spostamenti di una persona nei cui confronti siano in corso indagini costituisce una forma di pedinamento non assimilabile all’attivita’ di intercettazione di conversazioni o comunicazione. Per questo tipo di pedinamento, dunque, non e’ necessaria alcuna autorizzazione preventiva da parte del giudice.

Testo della sentenza

Corte di cassazione, sezione II penale, sentenza n. 9132 dell’8 marzo 2010

Sono utilizzabili in giudizio i contenuti dei colloqui privati registrati da uno degli interlocutori senza autorizzazione dell’autorità giudiziaria. Lo ha affermato la Cassazione con la sentenza 9132/2010 secondo la quale non rileva né che la registrazione sia stata effettuata su richiesta della polizia giudiziaria, né che il materiale sia stato fornito dalle forze dell’ordine. Ciò che conta è che la parte si sia limitata a registrare la conversazione senza utilizzare apparecchi che consentano invece alla polizia di captarne il contenuto durante il suo svolgimento. In questo caso, infatti, si verificherebbe una vera e propria intromissione nella sfera di segretezza e libertà delle comunicazioni che necessita dell’autorizzazione dell’autorità giudiziaria.

Testo della sentenza

Corte di Cassazione, Sezione V Penale, sentenza n. 4306 del 26 gennaio 2010 e depositata il 23 febbraio 2010

Le intercettazioni telefoniche, acquisite in sede di indagini penali, costituiscono indizi che possono essere validamente utilizzati dall’ufficio a conforto dell‘accertamento tributario. È quanto statuito dalla Corte di cassazione, con la sentenza n. 4306 del 23 febbraio, pronunciandosi per la prima volta sulla possibilità di far confluire, nel procedimento tributario, le risultanze di strumenti istruttori tipici del processo penale.

Testo della sentenza


Pubblicata la nota alla sentenza sul numero 1-2012 della rivista “Sicurezza e Giustizia” a cura dell’avv. C. Cazzolla